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martedì 10 maggio 2011

JESSIE WHITE MARIO




Martina Marta
Nigro Maria Sofia
Suriano Agnese

Jessie nasce a Portsmouth il 9 maggio del 1832 in una ricca famiglia, Jessie fece da giovane studi classici a Parigi e li finisce a Londra. A Parigi Jessie conosce Emma Roberts, che era molto legata a Giuseppe Garibaldi. Quando Emma e Jessie diventarono amiche, nel 1854 Emma portò Jessie con se prima a Nizza e poi in Sardegna facendo visita a Garibaldi. Grazie a questo incontro con Garibaldi , decise di dedicare se stessa alla ragione dell’unità italiana.
Nel 1855 tornò a Londra perché voleva divenire la prima donna medico dell'Inghilterra. Nel 1856 incontra Giuseppe Mazzini, che in  quel periodo era in esilio a Londra. Jessie scrisse articoli spiegando l’ opinione italiana e raccogliendo fondi nel nord Inghilterra ed in Scozia. Nel 1857 Mazzini partì per Genova e Jessie lo seguì. L’arrivo di Mazzini fu annunciato dal giornale mazziniano l'Italia del Popolo.
Con l’insuccesso della spedizione di Pisicane, Mazzini riuscì a fuggire a Londra, intanto Jessie insieme al fidanzato Alberto Mario, furono presi ed arrestati a Genova per quattro mesi. Nel giugno del 1857 a Genova, Pisicane le consegna il testamento politico. Nel 1858 Jessie insieme a suo marito (si sposarono nel 1857) andarono a New York per difendere la causa italiana. Nel 1859, quando imbarcarono per l’Italia, vennero a sapere della guerra avviata da Napoleone II contro l’Austria. Nella primavera del 1860 erano a Lugano, per partire a Genova per salire a bordo con la seconda nave di volontari che partivano per andare in  Sicilia per raggiungere Garibaldi. Alberto era vicino all’ordine di Garibaldi mentre Jessie divenne un infermiera.


martedì 12 aprile 2011

«Libera Chiesa in libero Stato»


Intervista a Cavour, 
l’uomo che ha guidato l’Unità

di Marika Corallo, Diego De Tommasi, Andrea Fiesole, Marta Quarta, Giorgia Russo

Abbiamo il piacere di intervistare il protagonista politico dell’Unità d’Italia, colui che grazie alla sua abilità nel tessere alleanze e nel difendere i principi del liberalismo ha guidato l’unificazione sotto la Corona Sabauda.

Ci parla del suo rapporto con la Chiesa e il suo Stato?
«Come ben sapete, io sono per l’idea che Stato e Chiesa siano due istituzioni ben distinte, che debbano rimanere separate e in tal senso sto lavorando già da tempo».
Qual è stato il ruolo della spedizione dei Mille?
«Il ruolo della spedizione dei Mille, capeggiati da Garibaldi, è stato quello di contribuire all’unificazione dell’Italia. Se mi permettete, anch’io mi definirei un protagonista della spedizione dei Mille, perché io ho dato l’incarico a Garibaldi di unificare l’Italia».
Dopo la seconda guerra d’indipendenza cosa accadde?
«La seconda guerra d’indipendenza terminò l’11 luglio 1959 permettendo l’acquisizione della Lombardia. Rimase escluso il Veneto, ma l’estendersi del movimento democratico nazionale suscitò nei francesi il timore della creazione di uno Stato italiano unitario troppo forte e quindi l’armistizio di Villafranca provocò il temporaneo congelamento dei moti e la mia decisione di allontanarmi dalla guida del Governo».
La lontananza dal governo fu una cosa momentanea?
«Sì, e appena ritornato alla presidenza del Consiglio riuscii a utilizzare a mio vantaggio la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia, riordinando così la contemporanea invasione dello Stato pontificio e rinnovando la fedeltà di Giuseppe Garibaldi con il motto: “Italia e Vittorio Emanuele”».
La fondazione, nel dicembre 1847, del quotidiano «Il Risorgimento» segnò l’avvio del suo impegno politico.
«Come ben sapete, il quotidiano “Il Risorgimento” segnò l’avvio del mio impegno politico e, secondo la mia opinione, una profonda ristrutturazione delle istituzioni politiche piemontesi e la creazione di uno Stato territoriale ampio e unito in Italia. Solo ciò può rendere possibile il processo di sviluppo e crescita economico-sociale che è stato promosso, quindi, da me».
Lei nel 1850 venne a far parte del gabinetto d’Azeglio, subito dopo divenne Ministro delle Finanze, per poi diventare nel 1852 Presidente del Consiglio. Di tutto ciò è fiero?
«Sì, ovviamente sono fiero di me, perché prima di diventare quel che sono ora, quindi Presidente del Consiglio, ho dovuto faticare molto e di questo sono più che soddisfatto. Prima della mia nomina, avevo già in mente un programma politico ben chiaro e definito, però avevo un solo ostacolo: non godevo con tutto il mio potenziale della simpatia del Parlamento».
Perché?
«Non godevo dell’appoggio del Parlamento, in quanto la sinistra non credeva nelle mie intenzioni riformatrici, mentre dalle destre ero considerato addirittura un pericoloso giacobino».
Qual è il suo orientamento politico?
«Innanzitutto in politica interna desidero fare del Piemonte uno Stato costituzionale ispirato a un liberismo misurato e progressivo».


Il nuovo Re d'Italia Vittorio Emanuele II

di Luca Dimitri, Francesca Culiersi, Harsa Kumara, Annapaola Mazzotta 

Vittorio Emanuele II nasce a Torino da Carlo Alberto di Savoia e Maria Teresa d’Asburgo il 14 marzo 1820. Nel 1849 diviene l’ultimo re di Sardegna e nel 1859, a capo delle truppe piemontesi invade lo Stato Pontificio, che riesce a riconquistare nella battaglia di Castelfidardo. Garibaldi riesce a sconfiggere l’esercito borbonico e il 26 ottobre 1860, nell’incontro di Teano, consegna a Vittorio Emanuele II tutti i territori dell’ex Regno delle Due Sicilie. Quindi l’incontro con Giuseppe Garibaldi, avvenuto a Teano porta all’unificazione, oggi, dell’Italia.

Donne, eroine italiane

Antonietta De Pace
di Marta Martina Maria Sofia Nigro Agnese Suriano

Viva l’Italia, gli italiani e le italiane, perché molte sono le donne che hanno partecipato alla causa dell’unità del Paese. Chi facendo da infermiera ai patrioti, chi combattendo in prima persona, chi raccogliendo fondi, chi scrivendo articoli sui giornali, chi andando in missione all’estero per portare messaggi agli esuli o per ottenere aiuti dagli altri stati, chi ha partecipato all’organizzazione dei moti e di salotti dove si sono riuniti i padri della Patria per decidere sulle sorti del Paese.
E tante le madri che hanno pianto i loro figli sacrificati alla costruzione della Nazione.

Cristina Belgiojoso
Per la causa italiana hanno combattuto donne dal Nord al Sud Italia, come la lombarda Cristina Belgiojoso e la salentina Antonietta De Pace e donne straniere come la giornalista inglese Jessie White Mario che hanno aderito ai valori mazziniani: l’unità nazionale, la parità donne-uomini, l’educazione e l’associazionismo (fondamentali per l’emancipazione dei popoli e degli individui).

Cristina Belgiojoso ha raccolto fondi per i moti e costruito ospedali per i poveri, Antonietta De Pace ha combattuto in prima persona ed è entrata trionfalmente a Napoli accanto a Garibaldi il 7 settembre dello scorso anno, Jessie White Mario ha difeso l’unità d’Italia con la sua penna sulDaily News londinese e ha fatto l’infermiera al servizio dei garibaldini. E tante altre sono le loro imprese e le donne che hanno contribuito alla nascita del Regno d’Italia.

Perciò dobbiamo essere fieri degli uomini ma anche delle donne che hanno rischiato la vita per noi e per il Nostro Paese.


Esclusiva intervista a Garibaldi

«Manca Roma!»
di Pierangelo Blasi, Gianmarco Scardino


Le guide descrivono l’incantevole paesaggio di Caprera, ma la realtà supera l’immaginazione.
Adesso comprendiamo il generale, perché ha scelto questo angolo di paradiso per riposarsi dopo tante battaglie.
Ci riteniamo fortunati di essere gli unici giornalisti italiani a cui ha deciso di concedere un’intervista. Lui che preferisce la stampa americana.
Ci sta aspettando e ci accoglie nella sua comoda casa all’interno della sua fazenda, che poi visiteremo.
Ci offre un bicchiere di tequila, si accende un grosso toscano ed è pronto per le nostre domande.

Generale, oggi a Torino viene proclamato il Regno d’Italia. Ma lei è solo, come se non fosse felice.
«E come si può essere felici! Non a Torino si doveva celebrare l’evento, ma a Roma».

Però l’unità è già un ottimo risultato. Prima o poi verrà anche Roma capitale.
Il generale sospira a lungo, poi risponde: «Beh, speriamo che sia prima che io muoia».

Sicuramente lei non se ne starà con le mani in mano e si starà preparando per avvicinare il momento in cui Roma diventerà capitale.
«No, non è cosi… Io sto bene qua a casa mia con gli animali, l’orto, l’aria pulita... Venite che vi porto un po’ in giro».
Il generale si alza, poggia il suo bicchiere di tequila e ci porta a spasso per la sua immensa tenuta. Ci mostra con orgoglio i suoi animali che lui alleva. C’è su un prato un asino che bruca l’erba, il generale ce lo indica e ci chiede: «Volete sapere come si chiama? PIO IX! Ma questo è più intelligente».
Oramai si è fatta sera. Salutiamo il generale che ci accompagna al molo dove ci aspetta la barca del pescatore che ci riporterà sulla terraferma.
Ci vediamo a Roma, generale.


La nuova legge del Regno d'Italia: lo Statuto Albertino

Marika Corallo
Diego De Tommasi
Marta Quarta
Giorgia Russo

Oggi è stato proclamato il Regno d’Italia. Il re Vittorio Emanuele II ha esteso lo Statuto Albertino, chiamato così in onore di Carlo Alberto che lo ha adottato nel 1848 come carta costituzionale del Regno Sardo, a tutto il Regno. È l’unica Costituzione dei Regni italiani rimasta in vigore.
Il popolo non è più formato da sudditi soggetti all’arbitrio del sovrano, ma da cittadini a cui vengono riconosciuti sacri diritti. Un esempio lo dimostra l’art. 29: «Tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili. Tuttavia quando l’interesse pubblico legalmente accettato, lo esiga, si può essere tenuti a cederle in tutto o in parte, mediante una giusta indennità conformemente alle leggi». Precedentemente all’allargamento dello Statuto a tutta l’Italia, le leggi erano costituite solo per le due regioni sabaude, ma prima dell’unione italiana lo Statuto è stato aggiornato, con norme sul Parlamento, sui deputati e sui cittadini, che hanno il fine di garantire la rappresentanza. Infatti, con questo atto la direzione del nostro Stato non è controllata più dal re ma dal parlamento.
Queste norme regolano anche i rapporti con il papa e con la chiesa e segnano una nuova epoca in cui, come dice Cavour, abbiamo una libera Chiesa in un libero Stato.


L'Italia è nata. Vittorio Emanuele II proclamato Re dal parlamento

Giorno storico: la nazione unita sotto un'unica bandiera e un'unica legge

di: Lucrezia De Carlo, Marzia Maiella, Francesca Secondo, Giorgia Striano

Gli italiani proclamano il loro re. Finalmente l’Italia è fatta. Il Regno di Sardegna, il Ducato di Toscana, il Ducato di Parma, il Regno Lombardo Veneto, gli Stati della Chiesa e il Regno delle due Sicilie si uniscono sotto un’unica Nazione. Non si sentirà più parlare degli Austro-ungarici o dei Borboni. Il Regno di Sardegna prende in mano le redini degli altri stati e proclama il suo governo unico e assoluto con al capo re Vittorio Emanuele II.

L’Italia si unisce, l’unione sancita dalla legge n. 4671 del Regno di Sardegna, e prima legge dello Stato che è promulgata dal Parlamento di Torino, proclama: «Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861». 

Il primo parlamento del nuovo Regno d’Italia, riunitosi a palazzo Carignano, è composto da 443 deputati. Un parlamento eletto democraticamente, grazie al voto degli uomini italiani che hanno raggiunto la maggiore età, ovvero 25 anni, istruiti e possidenti. Restano ancora esclusi dal voto 21 milioni e mezzo di italiani. Resta escluso dal Regno lo Stato pontificio, che rimane sotto il potere del Papa.
Ma il futuro è della Nazione.


Mazzini si racconta:

«Ottimo risultato, ma preferivo la Repubblica»

di Gianluigi Ciurlia e Francesco Serracca

Cari lettori, ci troviamo oggi a Londra per intervistare una persona che tanto ha contribuito all’Unità d’Italia, risvegliando le coscienze e dando l’esempio con lotta e sacrificio: Giuseppe Mazzini.

Secondo Lei perché è meglio la Repubblica?
«Credo che sia meglio la Repubblica perché il popolo deve essere artefice del proprio destino e non deve avere nessun padrone, neanche un re costituzionale».

Lei ha detto: «Costruire l’Italia in Nazione una, indipendente, libera, repubblicana». È contento del risultato che ha ottenuto e per cui ha combattuto tanto?
«In parte sono contento perché ho dato un contributo importante per l’Unità d’Italia. D’altra parte invece no, perché la maggior parte degli italiani ha preferito il re».

I suoi moti erano ispirati a un’ideologia repubblicana e antimonarchica, quindi fu perseguitato da tutte le monarchie italiane dell’epoca. Come riuscì a contrastarle?
«Il mio primo moto fallì come quelli successivi ma io ero convinto, ancora una volta, della validità dei miei ideali politici e morali e agii creando associazioni e fondando riviste. Il numero di uomini e donne che vi hanno aderito mi ha dato la forza per continuare».

Perché Lei ha preferito l’esilio quando poteva scegliere il confino interno?
«Ho scelto l’esilio perché sarei stato in contatto con la Svizzera, le città di Lione e Marsiglia e con i gruppi di Filippo Buonarroti, in modo da diffondere le mie idee».

Dato che ha costruito molte associazioni in varie nazioni si aspettava un aiuto da queste per fare la Repubblica in Italia?
«No, sinceramente no perché le mie associazioni erano ormai decadute, anche se avevano contribuito a diffondere gli ideali di libertà e di indipendenza, e quindi coloro che rimanevano non potevano più darmi una mano».

Perché decise di appoggiare moralmente la spedizione dei Mille di Garibaldi?
«La ritenevo una valida opposizione a Cavour. Purtroppo è stata decretata la monarchia, ma io continuerò a battermi per la Repubblica».

Dato che lei è repubblicano, si aspettava che l’Italia fosse una Repubblica sin dagli inizi, ma è contento dell’Unità?
«Sì, sinceramente mi sarei aspettato la Repubblica però sono contento dell’Unità d’Italia».